La consapevolezza degli Aironi

1308_ReflectingOnAutumn_016.jpg

 

Alle dieci Tamara e Orlindo attraversavano la Palude di Ostelioth. Un enorme tempio sorretto da colonne brune, abbracciate dal verde intenso dell’edera, li circondava. Il soffitto era il cielo bianco, bianco come la neve; il pavimento, un intricato sistema di canali e passerelle. Pochi avrebbero detto che si trattava del solstizio d’inverno: l’aria umida scivolava fresca tra gli alberi e i canneti della vergine palude. Anche se non lo potevano vedere sapevano che il sol invictus era rinato ancora una volta. Era dunque un momento di rinascita, di nuova forza, quella forza necessaria per passare un altro inverno nelle lande sperdute di Mikilis. La loro capanna torreggiava sorretta da tre cipressi calvi a pochi chilometri di distanza; il villaggio di Marelia era la loro destinazione corrente. Lungo il percorso Orlindo – che vestiva la sua tunica ricamata preferita, quella indaco – coglieva la malva selvatica ogni qual volta comparisse tra una lingua di terra e l’altra. Tamara teneva sempre l’arco a portata e lo sguardo vigile; la cicatrice che le ornava il volto somigliava ad un serpente crestato con il muso adagiato sul sopracciglio destro. Giunsero al Ponte dei Cospetti, o più semplicemente, un albero enorme caduto nel punto giusto.

Il fiume Zahir tranciava la palude in due, protetto dagli argini di antica memoria; ci si vedevano pesci di ogni genere guizzare con gioia e questo sembrò un ottimo motivo per sedersi un attimo sul ponte a godersi lo spettacolo, con le gambe a penzoloni.

 

“Non mi pentirò mai di aver scelto questo posto… checché se ne dica.”, realizzò Tamara dondolandosi.

“Puoi dirlo, Tama. Sai, tuo fratello ha delle patate dolci meravigliose, le ho viste l’altro ieri, ci stavo facendo un pensierino…”, ammiccò Orlindo per poi strofinarsi più volte il volto con un gesto automatico.

“Beh, minimo minimo, vorrà quattro barattoli di sambuco per delle primizie del genere.”

“E glieli diamo! Patate dolci bella mia! Poi le arrostiamo, le friggiamo, ci facciamo il bordello…”

L’entusiasmo culinario di Orlindo non aveva mai smesso di accendere la passione della guerriera, quindi lo tacque buttandogli la lingua in bocca con la tipica grazia tribale.

 

Zaino in spalla, ripresero il cammino portandosi addietro un mucchio di roba che, senz’altro, avrebbero barattato al villaggio. Erano ormai due anni che Tama aveva lasciato casa per trasferirsi con il magico Orlindo nella palude, una scelta che la famiglia accettò senza fiatare: si fidavano di lei e lei si fidava di loro. Chiamiamolo mago, sciamano, druido o sacerdote, indubbiamente Orlindo aveva delle doti che di rado si vedevano in giro e tutta Marelia lo salutava ridente. Passarono come un lampo un un paio d’ore di cammino nel quale il silenzio venne di rado interrotto – non ne valeva la pena: erano talmente immersi nella bellezza del momento presente che bastò un sorriso qua e là per comunicare.

 

Un silenzio inaspettato li accolse ad alcuni metri dalle palizzate del villaggio; una pratica spirituale silenziosa, pensarono, una meditazione collettiva o qualcosa del genere – in tempi e luoghi come quelli pensare al peggio era inutile e spesso controproducente. Avanzarono lentamente verso il fossato, lungo la sinfonia degli uccelli palustri. Un uccello azzurro rivolse il suo canto a Orlindo, il quale annuì e il viso barbuto divenne subito serio. Tama, che se ne era accorta all’istante, chiese chiarimenti con un cenno del capo; il magico le rispose con alcuni gesti precisi delle mani: “Rallenta, lascia che vada io per primo.”

Il ponte levatoio era abbassato e il portone chiuso – nulla di nuovo. La cosa strana era che le torrette d’osservazione erano vuote, nessuna guardia di vedetta; ma anche questo poteva essere un segno di raccoglimento collettivo, pensò Tamara.

 

Il villaggio, modestamente fortificato, si estendeva per circa due chilometri quadrati e conteneva sul  suo terreno bonificato svariati orti, qualche piccolo campo di cereali e alcuni allevamenti di capre e galline. Una comunità fiorente che imparò negli anni a vivere in accordo con la Natura non sempre gentile di Ostelioth. Non era una terra di per sé bellicosa, tuttavia era necessario potersi difendere dai massicci alligatori, dai roditori infastiditi e dai briganti di passaggio. Marelia era famosa per il Laboratorio degli Speziali dove venivano preparati medicamenti di ogni genere. Nonostante ci fossero soltanto sentieri stretti e impervi per giungervi, tutta Mikilis conosceva i suoi oli essenziali distillati proprio lì, nel cuore della palude.

 

Orlindo bussò tre volte al portone. Dopo qualche minuto senza risposta ritentò – niente. Decisero di costeggiare il fossato ed entrare direttamente dal bosco di castagni in Marelia Ovest; era circondato da un recinto più basso con un portone di modeste dimensioni di cui Tama possedeva la chiave. Entrarono, e in quel preciso momento le nubi si diradarono. Il sole alto di mezzogiorno penetrò il boschetto indorando la corteccia chiara dei castagni – un segno per Orlindo, tutto si sarebbe reso più chiaro in breve tempo. Il villaggio era deserto, inanimato. Tamara cominciò a preoccuparsi quando vide la porta della casa di Julius socchiusa e le luci tutte spente. La corrente elettrica a quei tempi era utilizzata per le cose più essenziali. Veniva generata da vecchi pannelli solari, ritrovati intatti per miracolo e dallo sporadico turbinio del  colossale mulino eolico arrugginito che negli anziani rievocava la leggenda della fondazione del villaggio, tramandatagli dai genitori quando erano bambini.  

 

“Julius? …Julius? …Marica?”, li chiamarono entrambi, senza alzare troppo la voce, dalle scale, in cucina, in soggiorno – ancora niente.

“Ma dove diamine è mio fratello…”

“Ssh, ascolta.”, la fermò Orlindo a bassa voce, indicando dalla finestra del soggiorno le uniche luci accese. Dai finestroni della Sala del Popolo si sentivano rumori ovattati di risa, applausi e una voce che come un infinito assolo di chitarra sovrastava tutte le altre. Si fecero cenno di andare e scoprire cosa stava succedendo nella grande sala. L’edificio, come del resto lo erano tutti gli altri, era fatto di legno in prevalenza con l’aggiunta di materiali disseppelliti riciclati come cemento e metalli vari. Aveva l’aria di un’enorme sala nordica rattoppata qua e là in perfetto stile post-apocalittico.

In effetti, mille anni prima ci fu una vera e propria apocalisse. I pochi esseri umani rimasti sul pianeta, giocoforza, impararono molte lezioni dopo il Grande Cataclisma. Tutto era ripartito da capo, come se se si trattasse di un altro ciclo naturale: morte e rinascita. Di certo la Madre Terra non fu clemente, non risparmiò le grandi conquiste dell’uomo che arrogante pensò di poterla soggiogare e abusare… Tuttavia con l’inconfondibile generosità gli diede una seconda chance.

 

Aprirono lentamente il portone e di soppiatto attraversarono il vestibolo, dove bruciavano bastoncini di incenso ai chiodi di garofano. Tama scostò dolcemente la tenda mentre Orlindo appoggiò la testa sulla sua spalla per vedere. Tutta Marelia era stipata lì dentro, in piedi ad ascoltare. Percepirono una strana energia, delle vibrazioni dissonanti, benché tutti i cervelli fossero evidentemente accordati sulla stessa frequenza. Il problema è che a dettare l’andamento, il tempo e le dinamiche dell’orchestra era un bizzarro direttore. Giovane, alto, in forma, con la tunica nera striata d’argento il Genio della Cometa aveva sedotto l’intero villaggio. Era completamente calvo e sullo scalpo portava la stella con la coda tatuata, che gli scendeva lungo la nuca, attraverso la schiena e fino alle natiche. I suoi lineamenti erano sinuosi e mascolini al tempo stesso con un modesto pizzetto ad allungargli il volto. I suoi occhi corvini risplendevano nella luce calda del salone, rivolgendosi come fanali a un mareliano o all’altro, mentre parlava e parlava all’intero pubblico innanzi a lui. Dall’alto del palco irrorava la folla assetata con le sue parole così succose e invitanti; tutti quanti accoglievano ciò che volevano sentire, perché questo è il mestiere del demagogo. A Lucinda piacevano i fiori? Lui glie ne dava a mazzi; a Illbert piacevano i funghi? Nessun problema, ne aveva interi sottoboschi; a Earlsson piacevano le donne? Un harem era già allestito per lui. Ma il Genio della Cometa non vendeva cose e men che meno persone. Il Genio della Cometa vendeva parole.                  

 

Ostelioth pulsava di vita nelle ore più soleggiate della giornata e al di fuori del villaggio si potevano sentire le rane cantare negli stagni, le libellule sfrecciare qua e là e le cornacchie gracchiare dall’alto dei rami. Ad un tratto, dalla penombra di un canneto, il re della palude prese il volo, libero, maestoso, irradiato dal sole invitto. Gli egizi lo chiamavano Bennu – la fenice del mito originale – noi lo chiamiamo airone. Si librò in aria leggero, per gradi, e dal canaletto dov’era appollaiato percorse per un breve tratto la traiettoria del fiume Zahir. Poi, con una parabola osservò l’intera palude immersa nella foschia; dunque sorvolò il villaggio deserto.

Lo sguardo del Genio incrociò quello dei nuovi arrivati:

“Ohh, fate avanzare i nuovi arrivati! Ma siete bellissimi, da dove venite?”, aprì le braccia. La sua voce di baritono fendeva l’aria come un violoncello. La folla si scostò pian piano fino a formare un corridoio di sorrisi di cartapesta. Orlindo e Tama erano alquanto sconcertati nel vedere amici e parenti completamente incoscienti di ciò che stava accadendo; Julius e Marika parevano due automi, con i bambini davanti a loro tanto robotici quanto i genitori.

“Avanti non fate i timidi, su, c’è ancora qualcosa da mangiare qui davanti.”, insistette il Genio sorridendo.

Tamara era sconvolta. Orlindo invece aveva già visto quella faccia, quell’espressione compiaciuta. Da qualche parte lui l’aveva vista. Abbracciò Tama che, pietrificata, non si muoveva di un millimetro; avanzò lentamente con lo sguardo fisso negli occhi dell’oratore. Arrivò al tavolo del buffet con lo sguardo sempre puntato, quindi senza distorglierlo prese un tortino alle zucchine e lo annusò per poi riappoggiarlo sulla tovaglia. Per un momento guardò gli stendardi delle tre colonne maestre che si ergevano dietro al palco, i tre simboli di Marelia: a sinistra la luna, a destra il sole e al centro due mani strette – il mudra della cooperazione. Chiuse gli occhi per poi scagliarli di nuovo contro il Genio. Questo abbassò la voce che prese un tono diverso,come se lui e il magico fossero soli:

“Ho detto qualcosa di strano? Garin?”

“Mi chiamo Orlindo …ora. E tu, non ti chiami più Khaled.”

“Io sono e sarò sempre il Genio della Cometa. Quanti secoli sono passati? Quattro o cinque?”

“Non ne ho idea… Ma torniamo a quello che stai combinando qui, mi interessa di più.”

Il Genio cominciò a passeggiare sul palco, mentre tutti gli altri sorridevano a Tama ancora immobile, nel silenzio più totale.

“Sai Garin – posso chiamarti così?”

“No.”

“Mmm, bene, Orlindo, Orlindo,” sorrise malizioso, “il passato è importante, ma se vuoi occuparti di queste pecore selvatiche ti accontento. Ora sono sotto il mio sortilegio… Oh benissimo, vedo che non ti scaldi più tanto come facevi una volta. Hai imparato a controllarti, a trasformare l’energia delle tue emozioni – mi hai aggrottato le sopracciglia solo una volta. Bravo.”, fece un piccolo applauso, quando Orlindo lo interruppe con assertività:

“Taci. Sai che la tua commediola con me non funziona.”

La tensione tra i due cominciò a farsi palpabile, gli sguardi incrociati generavano una sorta di campo elettrico. I due eterni rivali si incontravano ancora una volta, in un’altra vita. La banalità di bene e male che si fronteggiano da millenni. L’uno guidato dall’anima, l’altro guidato dal suo ego.

“Di alla tua donna di abbassare l’arco, la sciocchina non sa cosa posso fare.”

Il magico si girò e vide Tama in prede alla rabbia, quindi con un gesto della mano le disse:

“No amore, lascia stare,” quindi si rigirò, verso la sua nemesi, “non faremo il suo gioco. Non hai mai vinto caro. Cosa ti fa pensare che questa volta ce la farai?”

Orlindo nel provocarlo fece una scelta non proprio saggia:

“Marica sali per favore.”

“Oh, ma certo.”, saltellò sul palco allegramente per poi ricevere un bacio sulle labbra dal Genio. Questo le cinse la vita con la mano destra, mentre con la sinistra prese il suo bastone da viaggio in ebano:

“Giusto per evitare che la selvaggia cambi idea.”, puntualizzò guardando Tamara, furiosa per ciò che vedeva.

“Banale dirti di lasciarla andare, no? So che non lo farai… Ehi Mari?”

Questa scosse il capo come per risvegliarsi:

“Orlindo, che.. che…”

“Marika, tesoro”, la sgridò il Genio con tono apprensivo, quindi le diede un altro bacio, “quello non è il marito di tua cognata è un brigante, un ciarlatano.”

“Mari? Sono Orlindo, vieni da me.”

“Ehh? Ehh? Orlindo…”

“Marika mia, lo ascolti davvero?”, questa si rivolse nuovamente all’oratore come una bimba disobbediente colta sul fatto. Di scatto il Genio la colpì alla nuca col bastone lasciandola tramortita al suolo.

“Ahiai, ti sei accigliato di nuovo Orlindo. Un attimo di contegno, eh… Ancora! Dì alla tua donna di stare ferma con quel fottuto arco.”

Il magico alzò ancora una volta la mano verso Tama, che in piena fiducia riabbassò l’arma.

I loro poteri si eguagliavano, era ormai un fatto evidente per entrambi. Ognuno avrebbe potuto scatenare l’intero villaggio contro l’altro. L’unico elemento che spostava l’ago della bilancia era Tamara che, nonostante la rabbia, poteva ancora controllarsi. Allora cosa impediva la sconfitta del Genio della Cometa? Il magico aveva intuito qualcosa: il nemico giurato aveva un asso nella manica, né era certo. E dall’altra parte, Tama non era abbastanza avventata da uccidere qualcuno soltanto perché mossa dall’ira.

“Sei così scaltro Garin, emh, Orlindo, vedo il tuo terzo occhio illuminato persino da qui.”, disse ridendo. Dunque, facendo un piccolo gesto con l’indice verso l’alto alzò lo sguardo dei due sfidanti verso il soffitto. Sull’ultima balconata decine di uomini incappucciati apparirono dall’ombra con gli archi pronti al comando del demagogo.

“Parlano una lingua che non conosci, caro mio magico. Non potresti convertirli e, anche nel caso eccezionale in cui tu riesca ad indovinare e sapere la loro lingua, sappiamo che non useresti i tuoi poteri per uccidermi. Destesti la violenza, no? Ti indebolirebbe diffondere la morte, no? E non scordiamoci dei mareliani, che sono ancora sotto il mio controllo. Ci metteresti troppo tempo a svegliarli; nel frattempo potrei uccidere te, Tamara e molti di loro. D’altra parte se Tamara mi uccidesse, i miei amici la sopra ve la farebbero pagare. Quindi che ne dici di arrenderti semplicemente e…”

“E? Cosa succede se mi arrendo? Non te ne rendi conto? Questo è uno stallo, anche se sei in vantaggio. I mareliani con la tua morte si risveglierebbero e riuscirebbero a fermare i tuoi senza difficoltà al solo prezzo della mia, della tua e della vita di Tamara …e di qualche altro malcapitato nella scorribanda, naturalmente. Vincerebbe comunque il villaggio. Ma sia io che te ci teniamo alla nostra vita, o sbaglio? Come sai che tengo immensamente a quella di Tama.”

 

La situazione cominciò ad essere difficile da sostenere per tutti quanti, fatta eccezione per i mareliani ancora incoscienti, pietrificati in un sorriso ebete collettivo. Al di fuori Ostelioth viveva indisturbata in una pace surreale e naturale al contempo, mentre nella Sala del Popolo l’atmosfera bruciava come una fornace.

Orlindo, con la coda dell’occhio, vide un’ombra particolare sul cornicione di una finestra alla sua sinistra; dunque osservò con più attenzione, era una grossa ombra di uccello. L’ombra dopo qualche secondo scomparve lasciandosi dietro un verso acuto, ripetuto più volte: il canto dell’airone risuonò nella sua mente come un mantra. Gli pulsava forte la fronte, come se il suo terzo occhio volesse uscirne. Un’intuizione fulminea! Il magico si illuminò, era disposto a seguire il messaggio dell’uccello sacro senza esitare:

“Mareliani! Sono il vostro Orlindo.”, tutti lo sentirono.

Mentre il Genio visibilmente messo in crisi non diede il segnale agli arceri:

“No! Mareliani è un ciarlatano! Un un impostore!”, si mise a urlare tremante.

“Abitanti di Marelia, miei cari, ricordate quella volta in cui mi avete accolto? Il freddo mi aveva stremato, il mio zaino diventava pesante e a quel punto, nella tormenta, è apparso il portone del vostro villaggio. Vedendomi in difficoltà, i fratelli Illbert e Stanley me l’hanno aperto senza esitare.”, lentamente cominciarono a scongelarsi, a volgersi verso di lui, “Ricordate quella volta in cui ho fermato gli alligatori intenti a sbranare i vostri figli in gita nella palude? Ricordate quella volta in cui convinsi Hagard, fuori di sé, a fermarsi prima che lanciasse una molotov in mezzo alla piazza gremita? O quella volta in cui abbiamo consacrato l’orto centrale e gli ortaggi furono più abbondanti dell’anno prima? Qualcuno avrebbe potuto dire che vi ho motivati a coltivarli con più entusiasmo e dedizione… ma, come me, qualcuno di voi crede che quella dedizione venisse da qualcosa di superiore, di universale e al tempo stesso dentro di noi. Qualcosa, anno dopo anno, ha sostenuto il villaggio nei suoi momenti più difficili e reso più intense le celebrazioni: la vostra anima. Ma non stiamo qui a parlare di spiritualità ora… Quest’oggi, il Genio della Cometa vi ha ingannati, ipnotizzati, stregati.”

“No! No! No! Arcieri!”

Tamara era pronta a scoccare la sua freccia per la risoluzione finale, ma il magico la fermò un’altra volta. L’ordine del Genio non sortì alcun effetto. Sulla balconata gli arcieri, uno ad uno, cominciarono a levare il cappuccio: erano tutti guardiani di Marelia, emozionati, come tutti gli altri dal discorso di Orlindo. Questo, vista la conferma della sua intuizione sorrise:

“Ora lasciamo che questo signore con la stella in testa trovi l’uscita amici miei.”

Tamara era sollevata, con il viso ancora madido di sudore freddo andò a sedersi sul divanetto. Davanti a lei vedeva tutti gli abitanti del villaggio che cominciarono ad abbracciarsi, a rassicurarsi. Julius andò a soccorrere la moglie con i piccoli, mentre le guardie scendevano posando gli archi.

Il Genio, in un disperato tentativo di rivalsa, si fiondò dal palco sul magico; brandiva il bastone alto sulla testa, pronto a sferzare un ultimo colpo. Sfortunatamente il gruppo dei massicci boscaioli era tra le prime file e come una muraglia di muscoli bloccò il gesto del folle rendendolo completamente innocuo. Il magico gli si avvicinò con la tunica ancora più splendente porgendogli la mano sulla spalla:

“Non hai mai vinto contro di me. Perché non ti unisci a noi? So che puoi essere guidato anche tu dalla tua anima.”

Questo, ancora avvinghiato tra le braccia dei taglialegna, lo guardò in faccia con uno sguardo mai visto prima. Dopo migliaia di anni, una sorta di consapevolezza alleggeriva i lineamenti del suo viso, quella volta si era arreso per davvero:

“Lasciami uscire…”

“Come vuoi.”, rispose amichevole il magico.

Raccolse il bastone e lo zaino sgualcito, dunque s’incamminò autonomamente verso l’uscita; a quel punto, tra le tendine, guardò Orlindo un’ultima volta con la stessa limpida consapevolezza.

Scritto e redatto da Herons

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s