Squarcio di Rivoluzione

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Tra le colonne di fumo si sentivano rumori di passi, di salti, di capriole, di corpi che si trascinavano o che venivano trascinati. I grattacieli di Piazza Mal Koff parevano sifoni, con fumarole che sgorgavano incessanti dalle finestrelle, illuminati dal fuoco degli incendi all’interno come lampade a olio. Il plotone Gerarsh perlusrtrava cautamente la zona mentre gli insorti si ricomponevano dietro le barricate. Palizzate di letti, armadi, lavatrici, furgoni e qualsiasi tipo di oggetto immaginabile accerchiavano il Palazzo della Nazione e il quartiere circostante; erano in netto vantaggio per quanto riguarda l’occupazione della città, tuttavia lo scoglio più grande era proprio in quel quartiere: la caserma dei Santi Giustizieri, il corpo armato più agguerrito della regione.

“Ci serve un attacco decisivo alla caserma, bisogna provocare una vera e propria emorragia a quel livello…”

“Ma Boarfang quelli hanno i lanciagranate!”, ribatté Wolfhead.

“Un infiltrato.”, apparì una voce dal buio. Tutti i membri della Cellula K adunati attorno al fuoco si voltarono; dalla foschia, bardato nel cappotto lungo di stoffa grezza apparve Rollerbeak. I dreadlock e la barba chiara ornavano il volto scarno e sporco di fuliggine del condottiero. Tra i gli occhi sbarrati, increduli dei ribelli echeggiava l’appellativo che lo rese noto in quanto cantautore e aizza-folle. Boarfang lo accolse:

“Maledetto. Ancora vivo sei? Sciamano?”

Tutti quanti cominciarono a sorridere e rincuorati brindarono con la poca birra rimasta; gli schiocchi e gli sbuffi delle lattine accolsero Rollerbeak nel cerchio. Goathorn lo abbracciò calorosamente mentre Craneye non indugiò nel provocarlo:

“Quindi vuoi infiltrarti tu?”

“No cara, pensavo proprio a te…”, ammiccò lo Sciamano. In un primo momento rimase basita, poi, capì la battuta:

“Non è scopandomi dei fascisti che sono arrivata fin qui. Quelli sentono la puzza di libertà a chilometri di distanza.”

“Sei sempre meravigliosa. Amici miei, l’infiltrato speciale non è nulla di tutto ciò che potete immaginare… Vieni Perchbone.”

Un’altra leggenda dei primi mesi della rivoluzione fece la sua comparsa e tutti si resero conto della natura dell’oggetto che custodiva come un bebè tra le sue braccia.

“E’ lui il nostro infiltrato!”, indicò Rollerbeak.

Agli occhi di qualcuno che non conosceva Perchbone poteva apparire come una normalissima palla da bowling, ma per la Cellula K che combatté al suo fianco svariate volte era chiaro che quella palla doveva esplodere.

“Il bombarolo è tornato!”, esultò Jackaltooth.

 

Il piano era chiaro, l’ordigno doveva essere piazzato in un punto focale del torrione nemico. Ma come portarcelo senza perdere troppi compagni? L’idea venne da Pigeonclaw, un conoscitore di mappe, posti e cose che volano. Prepararono i materiali per un intervento che avrebbero chiamato balistico.

Il trabucco rudimentale più recente della storia fu montato dai compagni anarchici della Cellula K in cooperazione con quelli della Cellula G; non era molto alto, ma per questioni di portata doveva sbucare dalle palizzate.

 

“Vedo qualcosa di nuovo… come un palo.”

“Agente 676 non dica scemenze, quello è un palo.”

“Ah.”

“Bene, uomini, possiamo rientrare. Il carico di rifornimenti arriverà dall’alto. Un elicottero ci calerà le casse alla torretta Ovest.”, informò i suoi uomini il Generale 0.

 

Si sentivano rumori costantemente, indefiniti come le forme degli oggetti, degli avvenimenti; potevano essere esplosioni, o schianti, o spari. Nonostante la nebbia di guerra i due schieramenti avevano tutto sotto controllo: le ricetrasmittenti ronzavano tra le barricate, mentre le notifiche viaggiavano senza fili negli auricolari degli agenti governativi.

Tutto era pronto e chi diede l’ordine lo sussurrò a bassa voce. Nessun urlo di guerra accompagnò la palla volante che, da quando venne catapultata, sorvolò i due quartieri: passò sopra la Clinica Bertand, sfiorò il grattacielo della Banca dei Servi, l’antenna della FBC-media e il pinnacolo della somma cupola del Palazzo della Nazione. Tutte le cellule erano pronte all’attacco: armati di catene, pistole, archi, spade, asce, fionde e mazze di ogni tipo. In pochi millesimi di secondo la palla avrebbe raggiunto il comparto Ovest, il più pericoloso. Perchbone era pronto a schiacciare il pulsante viola del detonatore. Era il momento giusto, dunque il detonatore venne attivato, ma nessuno sentì il rumore di eliche che poco prima passò da Downtown. I rivoluzionari erano già partiti al primo segnale a piedi, a bordo di motocross e di auto-testuggine, ma ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco sconvolse i piani di tutti quanti. Grazie ad una bizzarra coincidenza: la palla esplose insieme al carico di munizioni e granate che lento veniva calato dal velivolo.

Una deflagrazione infernale travolse tutto e tutti. Il materiale esplosivo zampillò in tutte le direzioni per un’area più grande del cerchio di barricate. Negli occhi azzurri di Rollerbeak, armato di mitraglietta e Tomahawk, uomini bianchi, neri, mulatti, vestiti di stracci, cappotti o uniformi venivano polverizzati indistintamente. Il corpo senza vita di Craneye, scaraventata in cielo dall’onda d’urto infine cadde al suolo, insieme alle lacrime dello Sciamano. E fu in quel preciso istante che, abbassando la testa, si accorse del tubo metallico che lo trapassava da parte a parte. Finalmente fu convinto, per la frazione di tempo che gli restava da vivere, che la violenza può generare solo altra violenza.

 

Scritto e redatto da Herons

 

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